mercoledì 21 luglio 2010

L'inizio è sempre casuale - J.

Con quattro giorni di ritardo, finalmente apriamo questo blog.
Il racconto in apertura, per quanto riguarda noi (le protagoniste) è apocalittico.
Prima di tutto è necessaria una premessa. Il titolo del blog è ‘Gloucester Road’. Lo correggiamo in ‘Gloucester Road, tipo.’ Più avanti capirete perché.
Siamo in quattro. Un giapponese con un nome italiano, una Ester con la parlantina a caso, una Duanne con due valigie da settanta kili, e una Giuggi con i capelli incasinati.
Milano Malpensa. Ci arriviamo per un pelo, prendiamo il nostro volo. Ritardo. Classico, pensiamo.
Arriviamo a Londra. Alleluja. ‘Grandi cose’, pensiamo. Fa fresco. Paura.
Si sta davvero bene. Ci aspetta la parte problematica della vacanza, arrivare all’agenzia di Chance Street e ritirare le chiavi del nostro appartamento in Gloucester Road.
Ci hanno detto che è vicino alla stazione di Liverpool Street, cinque minuti a piedi. Ci Crediamo. Un sacco.
Usciamo dalla Tube ed incontriamo Pao, la nomade della vacanza. Questa povera donna vaga in cerca di un posto decente dove restare per le prossime due settimane. Arriviamo noi, pronte a salvarla, così pensiamo.
Ma l’agenzia di Chance Street non è dietro l’angolo, o forse sì, ma i nostri bagagli rallentano il nostro passo, un sacco.
Finalmente eccoci qui. Chance Street. ‘Dobbiamo cercare il numero 40’. Avanti e indietro per questa via sperduta nelle vicinanze di Bricklane. ‘Non c’è.’ Cazzo. Non c’è il numero 40. Poi sì, ci accorgiamo che invece il numero 40 c’è, scritto a pennarello su una cassetta della posta. A caso anche questo.
‘Finalmente’. Foto di Ester, immortaliamo il momento. Lei con le braccia alzate al cielo in segno di riconoscenza per aver trovato finalmente l’agenzia. Siamo al 70 % del primo livello.
Ma il nostro nemico non è un funghetto, un ninja, o qualcosa di simile.
Il nostro nemico è un indie rocker wannabe che lavora in un loculo di tre metri quadri.
Questa è l’agenzia. ‘Ma va, abbiamo sbagliato, sopra c’è scritto Car Rental.’
Entriamo. Coperte, cuscini e biancheria da letto in fondo alla ‘stanza’, tutta roba sporca, lurida. Tralasciamo.
Sulla sinistra un inquietante alieno gigante vestito da turista. Occhiali da sole e birretta in mano. Questa è la vacanza dell’a caso. Due scrivanie. Il nostro nemico è seduto dietro ad una di queste scrivanie. E’ italiano, romano, per la precisione.

‘Siamo qui per la casa in Gloucester Road.’
‘Ah si si. Beh la casa di Gloucester Road? Ma noi abbiamo da darvi la casa a Bricklane.’
What. What. Whaaaat?
Calma.
Eh si, non esiste. Mai esistita. ‘Mazzi di problemi’ direbbe Ester. Dunque la nostra casa da 433 sterline a testa che abbiamo prenotato un mese fa, non esiste. Ah beh, bene. Fantastico.
Tralasciamo le due ore di attesa per poter visionare il suddetto appartamento.
Un passo in avanti, vediamo la casa per decidere se viverci per due settimane.
‘C’è una buona notizia, ragazze. Costa 80 sterline a settimana.’
Fantastico. A posto. E’ nostra. Siamo a Bricklane, e non costa un cazzo.
Entriamo.
Il cielo si ricopre di nuvoloni neri, la tempesta si abbatte furiosa e senza pietà davanti a noi, una catastrofe senza precedenti. L’inizio dell’Apocalisse.
Non è una casa. I muri sono ricoperti di scritte, disegni, il nostro nemico indie rocker wannabe ci vende questi disegni come capolavori, opere d’arte. Dalì. Poi niente, facciamola breve. Materassi marci, muri lerci, pavimenti scandalosi, muffa ovunque, uno schifo unico. Troviamo delle forbicine da unghie sul materasso. Cotton Fioc (si scriverà così?) con colore tendente al marrone per terra. Cose a caso.
Ma il punto non è questo. Il punto, signori, è il bagno. IL bagno. Il BAGNO. Non scrivo niente a riguardo.
Abbiamo le foto. BELLE. No ma, PULITO.
Facciamola breve, la storia infinita.
Ridiamo, insultiamo l’indie rocker wannabe, ci incazziamo come delle iene, ridiamo di nuovo, diventiamo isteriche.
Alla fine, non abbiamo una casa. Noi, in quel posto, dove i vicini pretendevano di poterci chiamare ‘miss Porta Aperta’ non ci volevamo stare.
Arriva il nostro salvatore, Giulio. La sua preparazione in quanto a sopravvivenza è dovuta alla sua esasperata devozione per Bear Grills, l’uomo che ha dormito nella carcassa di un cammello.
Ci trova l’unico albergo con 4 letti disponibili per tre giorni. Ci diamo quei tre giorni per risolvere il nostro problema. L’albergo, scopriamo una volta arrivati, è un cinque stelle extra lusso devastante. Due camere con letto enorme, colazione fantastica al mattino.
1500 sterline buttate nel cesso.
Stanche morte, senza speranza. Arrabbiate, senza casa.
Passano sabato, domenica e lunedì.
Li passiamo al telefono con l’agenzia, con il referente dell’agenzia, con madri, padri, fidanzati, nonni, bisnonni e gente a caso, cercando un qualunque contatto in grado di trovarci uno straccio di casa, un minimo decente.
Niente. Il nulla.
Lunedì sera è la nostra ultima sera in albergo pagata. C’è poco da fare. Due possibilità: andare a vivere in quella ‘cosa’, pretendendo dall’agenzia una pulizia impeccabile prima del nostro arrivo, oppure…tornare a casa.
TORNARE A CASA.
Tornare a casa a quel punto? In tre giorni abbiamo visto Victoria Station, Burger King, Kfc, un pub con musica dal vivo per tirarci su dalla depressione, e Piccadilly.
A casa non si torna, non adesso.
Conclusione?
Sì, lo concludo sul serio questo post da logorroica post-incazzatura.
Abbiamo una casa. L’abbiamo pulita noi. Loro l’hanno imbiancata. Con le nostre lenzuola, i nostri cuscini, un paio di succhi e birre in frigo, e noi quattro sul balcone a bere…va bene.
Chi se ne frega.
Da domani, se Dio vuole, comincia la nostra vacanza.
In tutto ciò, sto scrivendo al buio. Perché in camera nostra, dove dormiamo in quattro, non c’è la lampadina. Parliamone.
Che post noioso, che apertura noiosa, magari non siete arrivati nemmeno fino alla fine.
Amen, a noi non interessa. Al momento dobbiamo risolvere il problema della lampadina.

Ciao belli,
Ju.


(chiedo scusa per eventuali errori, ma con Ester Bianchi l'italiano diventa decisamente relativo.)

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