martedì 10 agosto 2010

DEAR BRICK LANE. -E.


 " Partire è un po' morire
rispetto a ciò che si ama
poiché lasciamo un po' di noi stessi
in ogni luogo ad ogni istante.
E' un dolore sottile e definitivo
come l'ultimo verso di un poema...
Partire è un po' morire
rispetto a ciò che si ama.
Si parte come per gioco
prima del viaggio estremo
e in ogni addio seminiamo
un po' della nostra anima. "

Edmond Haracourt

martedì 3 agosto 2010

HO SCESO DANDOTI IL BRACCIO - E.


Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

E. Montale

domenica 1 agosto 2010

Chiudiamo con qualche fotografia - J.

La casa degli orrori (la famosa 'reggia').
Noterete le sue OTTIME condizioni.
Le due blogger a caso, tipo (cioè le due idiote che si ripetono in svariate foto).
Gli altri componenti della gang.

Dovevamo vivere in Gloucester Rd, tipo.










sabato 31 luglio 2010

Spring water - J.

Potrei raccontarvi di quanto fantastica sia la vita a Bricklane, potrei raccontarvi di tutto lo
shopping che abbiamo fatto oggi, di quanto buono fosse il panino a pranzo.
Potrei raccontarvi di quanto sia bello il clima qui in questi giorni.

INVECE NO.

Non vi racconto nulla di tutto ciò, perchè un altro racconto ben più avvincente stasera ha la precedenza.
Il racconto della seconda apocalisse, che si è abbattuta su di noi con una furia smismurata.
Qualcuno, lassù, ci ha odiato i primi giorni.
Poi ci ha regalato dieci giorni di pace e serenità, gioia infinita.
E poi è tornato all'attacco, lanciandoci la maledizione delle maledizioni.

Porca troia. Odio le parolacce, ma qui è tutto un porca troia di un porca troia stasera.

Stamattina ci svegliamo alle nove, pronte per la penultima giornata nella nostra amata Londra.
Sorpresa di prima mattina: il bagno è intasato.

Non è colpa nostra, qui c'è un problema di fondo, cioè che questa fottuta catapecchia sta
cadendo a pezzi lentamente.

Bagno intasato.
Rock 'n' roll.

Cerchiamo di risolvere il problema. Due donne. Ester ed io.
Nessun risultato. Immaginatevi che coppia.

Allora decido di lavare il pavimento come si deve, giusto perchè mi piace pulire.

Torniamo a casa per cena.
Stiamo cucinando.
La pasta.

Aspettiamo di cenare. Capito, stiamo per cenare.

Samu, lo chef della serata, resta in cucina a saltare il sugo della pasta.

Noi tre in camera, ad aspettare con una sigaretta.

'Oh. Ragazze. Ragazze. RAGAZZE!'

Ci scapicolliamo in cucina, sperando in una cagata qualsiasi, per ridere un pò.
INVECE NO.

Lo scarico del bagno, quel cumulo di schifo e acqua che non scendeva, si è trasferito nella nostra
porca troia di lavatrice, che sta in cucina.

LA LAVATRICE E' IN CUCINA.

LA LAVATRICE E' TIPO ESPLOSA, una bomba atomica.
Lo sportello è esploso come in Titanic.
Un getto d'acqua sul pavimento.

La casa sommersa, navighiamo nella melma.

ORA. ORA. ORA PARLIAMONE UN SECONDO, VE NE PREGO.

Titanic, a confronto, ha un lieto fine.
Noi il lieto fine ce lo scriviamo da sole.
Guanti in lattice, spugne di ogni genere e grandezza.
E tiriamo su la melma nella quale abbiamo rischiato di affogare.

E QUELLI LA, QUELLI DELL'AGENZIA, oggi ci hanno chiesto altre 150 sterline per l'iscrizione alla loro
AGENZIA.


'Lasciate ogni speranza voi ch'entrate.'

Grazie a Dio domani è l'ultimo giorno.
Abbandoniamo la selva oscura, l'inferno.

Ma non è ancora finita.
Ci aspettano ventiquattro ore di ansia.

VENTIQUATTRO.
Sopravviveremo?
Non lo so.

Lo saprete presto.
Sperate solo che questo non sia il mio ultimo blog.
Cazzo.

giovedì 29 luglio 2010

Una baguette sotto l'uovo. E.

Fa freddo qui.
Da Starbucks intendo. Io non la concepisco quest'aria condizionata.
Cioè si sta bene, venissero a Milano a provare il caldo.
Pff.
Giulia oggi è in vena di rompere le palle.
Le voglio bene.
Io faccio apposta a perdere temnpo perchè ha freddo e se ne vuole andare.
Sono cattiva.
Mi voglio bene.

CON IL NASTRO ROSA. E.

0.04
Con il nastro rosa - Lucio Battisti.
Oggi non siamo solo noi 3, siamo in in 5, le nostre ospiti dormono già.
Chi sa che ne sarà di noi, lo scopriremo solo vivendo.
Solita casa. 202 di Brick Lane, secondo piano.
Ora che quest' avventura, sta diventando una cosa seria.
I nostri vicini di sotto continuano a lanciarci su cose.
I nostri veri e propri vicini quelli "della porta aperta" ci chiedono dello zucchero. Noi rispondiamo che non ce l'abbiamo. Parte il gioco, gli voglio già bene.
Ci lasciano fuori dalla porta un sacchetto di zucchero, dicendo che sono dei bravi vicini.
Noi gli lasciamo una birra fuori dalla porta, bussiamo e rientriamo.
Loro rispondono con una bottiglia di vino rosso.
"No dai, che cazzo gli diamo… l'olio per friggere?" ci domandiamo noi.
Scendo a prendere della Vodka. Quella media è, perché va bene tutto ma 7£ mi sembrano già abbastanza eccessivi.
Stessa solfa, lascio la bottiglia e scappo dentro.
Loro rilanciano. Stiamo facendo una partita a poker. Loro sono uomini, hanno già praticamente vinto, lo sappiamo.
Ci lasciano una bottiglia di Malibù.
Ok, carini, simpatici, ma io non ho soldi.
Prendiamo un rotolo di carta igienica, il nostro ultimo rotolo.
IL NOSTRO ULTIMO ROTOLO.
Ci scrivo sopra che per noi è un sacrificio, che siamo delle squattrinate e che avremmo bisogno della coca cola per il Malibù.
Ci danno il fondo della coca più un rotolo di carta igienica azzurro, di quelli ultra sottili. soffice va beh, ma proprio roba cheap da uomini.
Lasciano il loro "messaggio nella bottiglia", entro in panico.
Avevo preso a cuore questo gioco, ormai è una questione di orgoglio. Non possono vincere così, dobbiamo fare la nostra uscita di classe. Inizio a frugare per la casa…trovo un tampax. E' l'unica cosa che possiamo lasciargli.
Allego un bigliettino con un po' di bla bla bla e "potrebbe esservi utile nel caso vi uscisse sangue dal naso.." SIMPATICONA.
E loro arrivano, più scontati che mai: assorbente gigante per le iper perdite/emorragie.
Questa è la nostra buonanotte.
Chissà che sarà di noi.
Con il nastro rosa.

l'aria condizionata da starbucks genera cagotto. E.

Ok ci sono anche io.
Partiamo dal presupposto che io non sono una scrittrice di stocazzo quindi ho anche i miei tempi di ispirazione e produzione, contornati da un pizzico di pigrizia, lo ammetto.
Tre giorni alla partenza.
I primi tre giorni sono sembrati infiniti, questi ultimi tre so già che voleranno via con un velo di tristezza.
Non so neanche da dove iniziare a raccontare tutto quello che è successo in questi giorni. Ogni volta che mi succedeva qualcosa già me la immaginavo scritta a computer con uno splendido Helvetica corpo 12. Invece no, il divertimento, la voglia di fare, di sperimentare, di vedere e anche di farsi vivere hanno vinto su tutto.
Rimane il ricordo delle solite passeggiate tra le vie, i mercati, i musei. Rimane l'odore forte di ogni cibo che abbiamo assaggiato, di quelli provenienti da ogni parte del mondo ma soprattutto dei beigel. Voi non potete capire. Potessi barattare le mie amiche per un centinaio di beigel con burro, pollo, pomodori, insalata, formaggio e maionese, vi giuro che lo farei senza pensarci due volte.
Paradisiaci.
Rimane il ricordo delle serate passate su una graziella in due, girando di locale in locale, bevendo sotto casa, invitando mazzi di gente nei nostri 30 mq di bella vita.
Rimane il ricordo di ogni persona improbabile conosciuta, di ogni posto visto, di ogni bancarella che ci ha stregato.
Rimangono pochi soldi, pochi giorni, troppe cose ancora da fare e da vedere.
Rimangono 3 giorni per capire che Londra sarà solo un ricordo, una volta tornati nel caldo torrido di Milano e limitrofi.
Si c'è un velo di malinconia. Sarà perché Paola sta cantando (a modo suo) canzoni da taglio di vena in verticale. Anzi no, Harakiri diretto, ha iniziato con Lady Gaga.
Sarà che le patate stanno bollendo da un' ora ma non sono mai pronte. Sarà che anche loro hanno perso la cognizione del tempo.
Sarà che quelli del piano di sotto lanciano sul nostro terrazzino/giardino dell'eden, le loro bottiglie di vodka. Mi mancheranno un sacco, quei simpaticoni.
Saranno un sacco di cose. Ma questo posto me lo ricorderò sempre come "un po' casa mia".
Quindi concedetemi il velo di tristezza.
Quindi concedetemi l'ennesima altra birra.

Le ragazze 'porta aperta', ci chiamavano. - J,

Qui a Bricklane funziona così.
Si mangiano ciambelle semi-dolci ripiene di qualsiasi cosa.
Si recuperano divani in mezzo alla strada per poi portarteli a casa.
Si fanno festini sui tetti.

E poi ci sono i vicini.
Ah, i vicini.

Quando vieni a vivere per qualche tempo qui, ti aspetti dei vicini
inglesi, magari bellissimi.
O alla peggio ti aspetti degli ubriaconi senza precedenti che vivono seguendo le partite del Chelsea.
Noi no.

A noi non piacciono gli stereotipi.
I nostri vicini sono napoletani, o romani. O forse sono romani e napoletani.

Bussano alla porta.
Bussano ancora.

'Si?'
'Ciao ragazze, scusate il disturbo, ma vorremmo chiedervi se avete dello zucchero'.
A caso. Avevo appena finito di scrivere che non ci piacciono gli stereotipi.
Quello del vicino che chiede lo zucchero è l'eccellenza dello stereotipo.

Ester risponde: 'Eh no, abbiamo il sale, ma niente zucchero.'
E' vero, noi lo zucchero non ce l'abbiamo.

'Ok, grazie lo stesso, buona serata.'

Chiudono la porta.

Passano cinque minuti.

Bussano alla porta.
Bussano ancora.

'Ragazze, da bravi vicini vi abbiamo lasciato una cosa fuori dalla porta.'

Cosa sarà? Qualcuno avanza la teoria dell'escremento.
Tipo 'ci odiano' e cose così.
Sì, potrei scrivere 'cagata' o cose del genere.
Ma alla versione non censurata ci penserà Ester, credo.

Apriamo la porta.
Dai, che carini, ci hanno lasciato lo zucchero.
Che bravi vicini.
Noi sempre a pensar male, capito. Che stronze.

Vabeh, adesso però dobbiamo ricambiare.
Funziona così, tra vicini.

Lasciamo fuori dalla loro porta una birra.
Bussiamo.

La recuperano.

Bussano.
Una bottiglia di rosso.

Si alza la posta.

Rilanciamo con una bottiglia di Smirnoff.

Tre a zero per loro, che ci battono con una bottiglia di Malibù e una confezione di
Ferrero Rocher.

I FERRERO ROCHER. Hanno capito tutto dalla vita.

E adesso che si fa?
Non si sa.

La prossima mossa la lasciamo al caso.
O forse sarebbe il caso di lasciare sulla loro porta una lista di cose che ci servono.
Tipo il latte, il caffè, e la carta igienica.

A domani per gli sviluppi di questa insolita serata tra neighbours.

Over 5 million - J.

'Hey mate, does popcorn contain eggs?'

Cominciamolo così, questo post.
Con una frase assurda, da idiota, letta su un giornale inglese.
Magari nessuno sta seguendo questo blog, ma viviamo nella speranza che ci sia qualcuno senza una vita.
Qualcuno a Milano, con poche cose da fare.
Qualcuno c'è sicuramente, piazzato davanti al computer, in fissa su facebook.
Home, profilo. Home, profilo. Aggiorna, aggiorna.
LO SO, che lo fate.

Se capitate qui, su questo blog, adesso, sappiate che vi beccherete il racconto di una serata
ordinaria, e quello di una giornata ancor più ordinaria.

Stavolta sarò breve. Mi han detto.
Confido nelle capacità di Ester, so che prima o poi prenderà sul serio questo blog che abbiamo aperto
sotto sua richiesta. Confido un pò meno nella sua voglia di fare.
E' pigra. Signori, Ester Bianchi è la regina della pigrizia.
Ma mi piace così.

Arrivano verso le due mia sorella e la sua amica.
Non hanno un albergo, non hanno nemmeno una valigia.
Shopping, dicono loro.
Solo quello.

A questo punto, da brava sorella minore, le lancio una proposta: 'potreste stare da noi, non
spenderesti nulla per l'albergo. E poi siamo in una zona davvero bella.'
'Ci sta.' MAI rispondere in modo affrettato.

Espressioni di terrore sui loro volti quando vedono il nostro portoncino.
E' di fianco ad un negozio di mobilia usata. Due poltrone ammuffite in vetrina.
Parliamone.

'Tappatevi il naso per salire le scale. Abitiamo al secondo piano.'

Lo so, un avvertimento di questo tipo non può che peggiorare la situazione, e alterare il punto di
vista di due ragazze per bene.

Saliamo le scale.

L'espressione di terrore sui loro volti diventa sgomento.
'Ho già capito che non resteranno qui, stanotte.' penso tra me e me.

'Ah...ok. Ma voi vivete qui?'
Così pare.

Poverine.
Si sono prese un colpo.
Hanno paura persino a toccare la maniglia della porta.
Poi fuggono in men che meno dopo aver visto il nostro balcone.
Che a noi ormai sembra un giardino incantato.

Trovano un albergo alla fine di Bricklane, meglio di casa nostra dicono loro.
Non ci vuole molto.

Casa nostra si trasforma nel giro di mezz'ora in un porto di mare.
Gente a caso che suona il citofono.
Salgono tutti.
Tutti sul nostro balcone.

Un vento fresco, bottiglie di sidro alla mela che sa di pera ovunque.
Poi arriva il momento.
Il MIO momento.

La fatidica craniata da guinness che prima o poi dovevo sperimentare.
Esco convinta dalla finestra (forse l'ho già detto, che per uscire sul balcone l'unico modo
è uscire dalla finestra. Allegherò presto foto.) e prendo la testata del secolo, rimbalzando
clamorosamente all'indietro.

Cado per terra e scoppio a ridere.

Oggi, due giorni dopo, il bernoccolo (bernoccolo?) è ancora qui, un'esperienza mistica, ve lo
assicuro.

Passo la giornata successiva a riprendermi dalla mia vergognosa sbronza da sidro.
Accompagno le due donzelle a fare shopping.
Mi sento morire.

I negozi qui sono sempre affollatissimi.
Ma qui nessuno lavora?
Sorvoliamo.

Giornata stancante, che si conclude con un fantastico Beigel (mi sono convertita al Beigelismo,
religione Bricklaniana) sotto casa, insieme a tutti quanti.

Stamattina ci svegliamo con più calma.
Doccia, sistemata veloce alla reggia, ormai battezzata come 'Chez Fritturà' - la casa del cibo
fritto.

Io voglio andare all'acquario.
Sì, voglio andarci da un sacco di tempo.
NON SO COME, convinco Ester.

Sale gente a caso a trovarci, trascinandosi dietro biciclette, che restano abbandonate nel nostro
ingresso per un quarto d'ora buono.

Prima sigaretta della mattina, ed eccoci qui, davanti al Sea Life, l'acquario di Londra.
Sono emozionata, come una bambina la mattina di Natale.
Ester sorride, penserà che sono pazza ad averla trascinata qui, in mezzo ad un milione di mocciosi
insopportabili. Forse no.

Entriamo, mazzata sulle ginocchia. 18 sterline.
Per noi sono un capitale.
Noi dobbiamo fare la spesa, mazzi di cose, capito.

Me lo godo tutto, questo acquario di Londra.
Arriviamo alla sezione 'meduse' e un bambino anticipa la mia reazione.
Si ferma davanti alla vasca, si mette in posizione da battaglia ed urla: 'Oh my Gooood mum!!!
JELLYFISH!!!'.
Scoppio a ridere.

Poi accarezzo una stella marina. Fantastico.
Infine eccomi qua, davanti alla vasca delle tartarughe. Quanto le amo.
Goffe ed impacciate, con il loro guscio ingombrante mentre cercano di nuotare dritto.
Queste qui si chiamano Red Eared Terrapin - Trachemys scripta Elegans. Alla faccia.
Ogni tanto mi sento come loro.

Usciamo dall'acquario, sorrido ancora.
Felicissima.

Pao è a lezione, le donzelle a fare shopping. Ester ed io ci godiamo la vista del Thames, sedute
su una panchina.

'Andiamo.'

Ce ne andiamo al mercato di Camden.
Ci perdiamo in un labirinto di bancarelle.
Poi ci fermiamo a mangiare.

Ed ora eccoci qui.
'Chez Fritturà', l'acqua in pentola.
Ad aspettare le due donzelle per cena.

Pao che canticchia qualche 'dududu', Ester che le canta sopra 'London Bridge is falling down', io
che scrivo, tanto per cambiare.

Non c'è più nessuna bicicletta nel nostro ingresso.
Ma ci siamo noi.

Che ne so, questa è casa mia.

lunedì 26 luglio 2010

Last of the english roses - J.

Mi addormento con la voce doppiata di Anthony Hopkins, 'Il silenzio degli innocenti'.
Abbiamo anche la serata film, nel nostro appartamento.

I letti in camera ora sono solo due.
Uno matrimoniale.
L'altro, singolo.

Du è partita ieri mattina presto.
Ci ha lasciato una scritta a rossetto sullo specchio del bagno.
Siamo rimaste noi tre.

Oggi se ne aggiungono due, di donzelle, alla nostra vacanza.
Mia sorella e una delle sue più care amiche.

Oggi è lunedì.

Mi sveglio tra le mie lenzuola rosa.
Mi fanno sentire decisamente a casa.

Pao è uscita presto, oggi comincia il corso di fotografia.
Io di corsi da seguire non ne ho.
Dovevo farne uno alla St.Martins, 100 progetti di design in una settimana.
Dovevamo arrivare a Londra, informarci e prenotare.

Di tempo non ne abbiamo avuto, così è saltato tutto.
Poco importa, a questo punto.

Ho più tempo per scrivere, per vedere la città a modo mio.

Lo considero una sorta di ritiro spirituale.

'Cosa faccio oggi?'

Lavatrice.
Devo fare la lavatrice, non ho più vestiti puliti.
Apro la lavatrice, ok, scherzavo.
Richiudo lo sportellino.
Una puzza disgustosa.

Laverò tutto a mano, è l'unica soluzione.

Riempio un cesto di vestiti.
Ipod nelle orecchie.
Gogol Bordello.
Questa musica 'rustica', mentre lavo i miei vestiti nella vasca da bagno, mi fa
sentire una lavandera.

Rido e penso che sto imparando a cavarmela, in un modo o nell'altro.
Stendo tutto sul nostro stendipanni tutto storto.
Poi mi vesto.
Eccomi qui, adesso, sul nostro balcone 'da sogno'.
Mani alla tastiera.

Scrivere qui è veramente un casino.
Quando è nuvolo va bene, ma ogni dieci minuti ricompare il sole,
e non vedo un accidente sullo schermo.

Scrivo cose a caso.
L'abbiamo detto noi, che sarebbe stata la vacanza delle cose a caso.

Ester è sdraiata sul letto, la vedo dalla finestra.
Dorme ancora.

Ore 10.55. Prima sigaretta della giornata.
Aspetto che mi chiami mia sorella, per raggiungerla non so dove.

Programmi e progetti per la settimana: andare a vedere il musical
di Sister Act, e visitare l'acquario di Londra.

Ah sì, e riuscire a far si che i panni si asciughino.
In questa casa tenere le finestre aperte è quasi impossibile.
Sono di quelle che si alzano da sotto, non so nemmeno come
spiegarvelo.

Fatto sta che ci sono due pentole, a tenere aperta una delle
finestre.

Asciugatevi, panni.
Asciugatevi, ho bisogno di voi.

Flick your cigarette, then kiss me - J,

Suona la sveglia.
Duanne è partita presto, non ce ne siamo nemmeno accorte.
Oggi è domenica.
Dobbiamo fare la spesa, pulire la casa, cose così, cose da domenica.

Doccia calda, finalmente.
Ci vestiamo.

Apriamo il portoncino del nostro 202.
Wow.

La domenica, qui a Bricklane, c'è il mercato.
Mercato di cose a caso.
Oggetti e vestiti usati.

Camminiamo per la via.
Cibo ovunque.

Il progetto di fare la spesa fallisce miseramente.
La spesa la facciamo qui.

'Sperimentiamo' dice Ester.
L'ho già detto che non amo sperimentare, di solito.
Qui sì.

Torniamo a casa con quattro sacchetti di cibo.
Ci portiamo a casa un pezzo di Bricklane.

Giapponese, turco, cinese e altro.
Noi tre, sul nostro balcone, intorno al nostro tavolino
rovinato.
Mangiamo.

E come sempre si sta bene, oggi un pò di più.

Il resto del pomeriggio lo passiamo in casa, a sistemare.

Poi usciamo, verso le sei, birre in borsa.
Sedute in una piazza con altre persone, amici di Ester.

Anche qui si sta bene.
Chiudiamo la giornata in un ristorante.
Qui hanno la Menabrea.
E la pizza.

Ceniamo e comunichiamo a familiari, amici e ragazzi che siamo
ancora vive.

Vive, eccome.

Domenica prossima sarò già a casa.
Mi viene da piangere.

Come ha detto Ester 'vivrei così per sempre'.
Parole sante.

domenica 25 luglio 2010

Tutto succede quando deve succedere. E.

Il sesto giorno.

Le ragazze si svegliano, più attive che mai. Loro, non io ovviamente.
Decidono che devono andare a vedere un bla bla bla di cose che io alle 9.30 del mattino non capisco e non voglio nemmeno capire. Decido di rimanere a letto.
Mi sveglio, litigo con la doccia fredda, e coi bambini che strillano, i vicini romani che cantano i cori dello stadio, sporco le lenzuola con i muffin, do una ripulita generale e mi preparo. Pronta per uscire.
Bene, dove vado?
Sento Matteo, un mio amico che era stato sei mesi a vivere qui. Mi scrive di raggiungerlo dai suoi ex coinquilini in Tower Bridge.
Bene, ce la posso fare.
Stavo andando convinta in London Bridge.
Ho finito i soldi nel telefono.
Seguono una serie di avvenimenti che mi portano ad arrivare ad Elephant and Castle, il regno degli arabi. A chi chiedo indicazioni?
Un simpatico poliziotto mi aiuta dandomi le indicazioni sbagliate.
Alla fine ce la faccio, so dove devo andare, che bus devo prendere.
Il 188, fermata dopo Bricklayer.
Ovviamente io scendo a Bricklayer. Va beh, brava Ester. Cammino.
E ora?
PANICO
Resto a vagare, poi urlo: "Teooooooooooooooo!" Mi sentono. Quello lì oggi mi vuole bene.
Ciò che mi aspettava era un Gregorio sardo e cuoco, un Alessandro che abita poco distante da dove vivo io, una Maria di Milano, un Sava e la sua donzella e ovviamente Matteo. Ciò che mi aspetta è una grigliata all'italiana.
DEL CIBO VERO!
Lo bramo con gli occhi per ore.
Scendo a prendere le birre, sono l'ospite.
Mangio costate, peperoni, formaggio, tonno, ananas, tutto buonissimo. AH L'ITALIA. Potete dire quelcazzochevolete, ma il CIBO ITALIANO e preparato dagli ITALIANI è qualcosa di paradisiaco, soprattutto se vai avanti a panini e cose a caso da cinque giorni.
In tutto questo le mie donne erano a fare le turiste, un po' in pensiero per la sottoscritta.
Facciamo un giro per Camden Town e poi casa. La mia casa, la nostra reggia.
Entro con sei birre. Mi aspettano con altrettante birre.
Mi dicono che si è sentita la mia mancanza. Aaaaah le mie donne.
Mi sto rendendo conto è che il tempo non esiste più, non serve. Tutto succede quando deve succedere.
Tutte le parole che ci stiamo letteralmente LANCIANDO, per una volta non sono sprecate, per una volta sono estremamente preziose.
Tutti i silenzi che ci uniscono parlano molto più forte.
La musica di sottofondo sembra essere sempre perfetta.
Sembra essere la nostra colonna sonora.
"Vedi cara"- Guccini: è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già.
Penso di aver capito.
Tutti quei disegnini malefici di Quello lì sono serviti solo e unicamente per portarci qui, su questi letti.
Quattro ragazze, i loro computer, i loro pensieri, la stessa brezza della scorsa sera.
Partite senza realmente conoscersi, ed ora tenute insieme da un filo invisibile di interessi, emozioni, parole ed avventure.
Probabilmente, penso ora, Quello lì stava proprio disegnando Brick Lane sulla sua Moleskine.

A CASO UN BEL CAZZO. E.

A caso un bel cazzo.
Si parla di una Londra Puttana che per 3 fottutissimi giorni non fa altro che sputarci in faccia.
Si parla di una serie di avvenimenti, a mio avviso, scritti su una splendida Moleskine rosso fuoco. Disegnati apposta per noi e non con una Bic, salcazzo con quale pregiatissima penna Quello lì ha voluto trasportarci in questa odissea, salcazzo quante glie ne ho dette dietro, a Quello lì.
Ma va bene così, non mi metto a ripetere tutto quello che è successo in questi splendidi giorni, finirei per diventare prolissa e davvero poco fine. Tra le altre cose io e il Bon Ton non siamo mai stati troppo amici.
Dunque ora siamo qui. Abbiamo trasformato una bettola in una specie di reggia, o forse le birre, complici, alterano le percezioni e fanno sembrare tutto più bello.
Ci sono le candele, la musica, una leggera brezza che entra dalla finestra, dei vicini che si riproducono in modo esponenziale perennemente in coma etilico e delle patate che cercano di bollire da circa 2 ore. E poi c'è la birra. Che Quello lì benedica la birra.
Ora SEMBREREBBE tutto in discesa, ora SEMBREREBBE davvero una vacanza.
Aspetto che qualcuno venga a prelevarmi dalla NOSTRA reggia, aspetto di camminare tra le strade di una Londra che ho iniziato a vedere con occhi diversi solo oggi.
Ho appena rovesciato la birra.
Vorrei potervi parlare di tutti i retroscena di questa vacanza, ma poi anche no.
Quelli me li tengo per me, insieme ai sorrisi.
Sono passati pochi giorni e ne sono successe di ogni, ci siamo scoperte, riscoperte, conosciute, volute bene. Abbiamo riso. Quanto abbiamo riso.
Tutto sommato ce la siamo anche cavata bene.
Tutto sommato credo proprio che queste quattro inette si meritino gli applausi.
Non troppi.
Non vorrei che Quello lì ci sentisse e tornasse alla carica più stronzo che mai.
Vorrei che Quello lì pensasse alla fame nel mondo e al surriscaldamento globale, invece che alla vacanza londinese di quattro aitanti donzelle.
Vorrei svegliarmi domani senza mal di testa e senza dei marmocchi urlanti alla finestra.
Vorrei che la mia tenera e educata compagna di letto smetta di bere birra e ruttare (ma poi anche no).
Vorrei un sacco di cose, ma non è detto che tutti i miei desideri vengano esauditi.
Sussurriamoli.
Teniamoceli stretti.
Andiamo avanti.

Il sesto giorno.

Whiter than snow - J.

Oggi mi sento 'red queen', quella della canzone di Robbie Boyd, musicista di strada
incontrato oggi camminando su Portobello Rd.
Ore 06.50. Suona la mia sveglia. 'Here comes the sun', The Beatles.
Non c'è niente di meglio che sentire quel 'dududu' la mattina presto.
La giornata comincia in modo delizioso.
Faccio una doccia ghiacciata (non abbiamo nemmeno l'acqua calda in questa bettola, ma
continuiamo a crederci). Mangio i miei cereali. Bevo la mia spremuta.
Mi spettino (qui non ci si pettina).
Usciamo di casa in tre, Ester dorme ancora, in preparazione al
tanto atteso Shoreditch music festival.

Noi tre alle nove siamo davanti alla fermata dell'8.
Londra è deserta, letteralmente. E' sabato mattina.
Mi sono sempre domandata come avesse fatto quel fotografo ad immortalare
Piccadilly Circus totalmente vuota.
Mi rispondo da sola. Il sabato mattina, qui, alle nove, non c'è un'anima.
Surreale, magico.
Il tempo di assopirci dieci minuti al piano superiore del double decker bus, ed
eccoci in Oxford Circus, a prendere la Central Line con destinazione
Notting Hill.

Usciamo dalla metropolitana.
Pazzesco, nel giro di mezz'ora le strade si sono rianimate.
Gente ovunque, si fatica a camminare.

Sono felice.
Sì, sono felice.

Eccoci all'inizio di Notting Hill.
Le casette colorate.
La scritta 'no junk mail' sui portoncini.

Profumo di fiori.

Comincia Portobello Road.
Posso dirlo. Qui, mi sento a casa.

Subito mi fermo ad ascoltare una band di strada, cinque componenti.
Li adoro.
Sto lì impalata, ad ascoltare la mia seconda sveglia, ancora meglio della prima.

Compro il loro cd, per 5 sterline. Una fotocopia della loro fotografia di gruppo.
Sono questi gli unici cd che si dovrebbero comprare.

Camminiamo ancora, in mezzo alle bancarelle.
Una band si confonde con la successiva, e così via.
Musica ovunque.
Come posso non chiamarla casa mia.

Eccolo qui, il Robbie Boyd di cui vi parlavo prima.
'Red Queen.'
Mi ipnotizza.
Compro anche questo di cd.

Per oggi i miei acquisti sono questi.
Musica.

La giornata passa velocissima.
Ed ora eccoci qui. I Killers e Soko in sottofondo.
Ester che canticchia di fianco a me.
Un pò ubriaca dopo il suo festival.
Abbiamo vissuto una giornata separate.
Abbiamo visto cose diverse.

Ma poi, eccoci qui.
Ha gli occhi socchiusi. Canticchia ancora.
E' piacevole.
E' piacevole lei.

E' piacevole tutto, qui dove siamo noi.

Non stiamo perdendo tempo.
Ne stiamo guadagnando, di tempo insieme.

Sam's Town, sogni d'oro.

Così. - J.

Che giorno è, questo è il tempo di vivere con te.

Battisti, un classico.
Due giorni in un post.
Il tutto in post-sbronza leggera.
Lo sanno tutti, mi basta un sorso di vino, mezza birra.

Questa 'vacanza', non è una vacanza.
Si tratta piuttosto di una sorta di viaggio interiore.
Grandi risate. Sì, sono sempre stata sensibile a livelli imbarazzanti.
Ma qui sto provando sensazioni completamente diverse. Diverse da tutto.

Ogni sera, quando ci ritroviamo qui, in questa stanza, al lume di candela (no,
la lampadina non l'abbiamo mai cambiata) una sensazione di indescrivibile
leggerezza prende possesso del mio corpo e della mia mente.

Non mi vergogno a parlarvi di questa sensazione.

Ieri ci siamo svegliate presto, anche Ester si è svegliata presto.
Strano, ho pensato. Perchè Ester non è proprio il tipo da svegliarsi presto
la mattina.

Di solito, mentre noi siamo intente a farci la doccia e a prepararci,
lei se ne sta spiaccicata sul letto a pancia in su, con la bocca semi-aperta,
in un modo carinissimo. Continua a dormire. Noi non la svegliamo,
le chiediamo a bassa voce se vuole venire con noi a vagare per la città.
Lei risponde a suoni, incomprensibili.

Così usciamo. Lei poi si fa sentire nel pomeriggio, con calma.

Ad ogni modo...ieri ci siamo svegliate presto.

'Andiamo alla TAAATESSS.'
Ester è motivata.

Ci vestiamo a scendiamo. Il cielo è grigio, grigissimo.
Questa è l'unica città, che anche sotto la pioggia, non mi rende triste.
Camminiamo sotto ad un cielo ingombro di nuvole, con il cuore leggero,
le gambe veloci.
Passeggiamo costeggiando il 'River Thames'. Passiamo vicino alla
London Dungeon, e naturalmente mi prendo un colpo vedendo enormi omaccioni
vestiti di nero e sporchi di sangue finto.

Qui un sacco di cose sono fasulle.

Per questa ragione sembra tutto fantastico, ma se cominci a scavare, ti rendi conto
che le crepe di questa città sono molto più profonde di quanto pensavi.

Qui non usano le tapparelle. Incredibile.
La gente cammina scalza per la strada. Disgustoso.

Continuiamo a camminare. Superiamo il London Bridge. Non mi è mai piaciuto questo
ponte, lo trovo spaventosamente insignificante.

Poi arriviamo al Borough Market. Odori di ogni tipo. Un centinaio di bancarelle,
un milione di cibi diversi.

Non amo sperimentare, ma stavolta mi tocca.
Così per pranzo mangiamo un panino ripieno di rucola (troppa rucola) e salsiccia
piccante che sembra provenire dalla Spagna.

Buonissimo. Non l'avrei mai detto. Quando ti trovi in una città che non è la tua,
per più di un week end, devi per forza provare cose nuove. Vivere di hamburger non
è il massimo.

In una settimana, ne vado particolarmente fiera, ho toccato solo un hamburger.

Finalmente, dopo il nostro leggerissimo pranzo, arriviamo alla Tate Modern.
Entriamo.
Fuori fa freddo.
Dentro anche, di meno.

C'è ancora la mostra sul sogno e sul surrealismo. Io l'ho vista appena tre mesi fa,
così comincio a vagare in silenzio per la galleria, buttando un occhio
a cose che tre mesi fa non avevo notato.

Amo questo posto.

Poi usciamo, fa ancora freddo. Pao decide di non partire per Plymouth, resta con noi
anche per il week end.
Siamo sempre noi quattro. Si sta bene, noi quattro.

Voglio un dolce, a tutti i costi. Incontriamo sulla strada del ritorno Starbucks, ci
fermiamo per il mio capriccio. Finiamo per restare quasi un'ora.
Versiamo del caffè americano sul tavolino in legno.

Poi ce ne torniamo a casa, soddisfatte del nostro pomeriggio culturale.

Molliamo borse e sacchetti pieni di libri d'illustrazione su in casa.
Poi scendiamo. Un paio di birre.
Camminiamo in cinque per Bricklane, osservandola più da vicino mentre scende la sera.
Con il calare del sole, calano anche le saracinesche dei negozi, e si alzano
quelle dei locali.

Davanti a noi il 1001. Finiamo la nostra birra da 99 p. e superiamo la transenna.
Attraversiamo la fiumana di gente che beve e ride, e svoltiamo a sinistra.
Eccolo lì, il ristorante dentro al double decker bus. Ironia della sorte.
Me l'aspettavo diverso, più bello.
Ma bello lo è lo stesso.

'Cosa mangiamo per cena?'
Basta. Proviamo i beigel. Prima o poi dovremo farlo.
Così li proviamo. Con pollo, pomodoro e maionese.

Li portiamo su in casa, e ci mettiamo a mangiarli sul nostro balcone.

Scende la notte.
Abbiamo la musica, abbiamo i beigel.
Li mangiamo.
Tutti.
L'aria è freschissima.

Buonanotte, Londra.

Non controllo la grammatica e la punteggiatura.
Mi addormento nell'ignoranza. Non m'interessa, non oggi.

Radio Nowhere - J.

'It's such a perfect day, I'm glad I spent it with you. Oh such a perfect day.'

Winston blu, pacchetto morbido. Un casino. Sparse in giro per la borsa.
Qui ormai, in questo appartamento, si parlano troppe lingue. Il brasiliano, quello
improvvisato, totalmente casuale, che ci fa ridere.
Poi c'è un pò di dialetto comasco, un pò di dialetto pugliese. E poi c'è
la lingua che ci unisce,la parliamo tutte quante, quella della musica.

Si parla di tutto, non credo ci siano nemmeno più argomenti tabù tra di noi.
Credevo fossimo persone su lunghezze d'onda totalmente diverse, distanti quanto basta
per non tentare di avvicinarci un pò di più.

Invece no.
Le persone, per quanto possano essere diverse, sono accomunate dalla musica.
Bastano le parole di una canzone.
Essenziale, invisibile agli occhi.

Fuori fa caldo.
I pensieri scorrono più veloci del solito.
Impercettibili sfumature.

Trasformiamo una casa. La facciamo nostra.
Ci sdraiamo ai giardini di Kensington.
C'è Peter Pan. Sono ancora un pò bambina.
Ogni volta che torno qui, più che mai.

Poi c'è la tempesta, pioggia che scroscia senza finire più.
Noi zuppe, che corriamo a ripararci sotto ad un enorme albero.
Il suono della banda davanti a Buckingham Palace.
Il tassametro di un Taxi nero.
Il rumore di una fontana nel cuore di un parco da sogno.

Qui, adesso, siamo tutte come Peter Pan.
Ancora piccole, con la voglia di restare tali, ma con la consapevolezza
che tutto questo non durerà mai abbastanza.

Sì, il nostro appartamento di Bricklane è l'Isola che non c'è.
I bambini dell'oratorio sono i bimbi sperduti.
Mi sento Peter Pan, con la voglia di volare.
Mi sento Wendy, con la voglia di raccontare.
Mi sento Uncino, con la voglia di vincere.

La polvere magica per volare ancora non l'ho trovata.
Ma tra tutte le spezie che vendono sotto casa nostra, qualcosa troverò.
Promesso.

giovedì 22 luglio 2010

Customer Notice - J.

Non mi è mai piaciuta la birra.
Stasera ha un gusto diverso, non così amaro come pensavo.
Per cena Ester cucina wurstel. Nemmeno quelli mi piacciono più di tanto.
Lei, oltretutto, li frigge.

Ester Bianchi, dovete sapere, friggerebbe qualsiasi cosa.
Il fritto non mi piace, ma stasera mi adeguo, con un sorriso sulle labbra,
consapevole, in realtà, che io non saprei certamente fare di meglio.

Abbiamo sistemato la nostra casa come potevamo. Ora ci sembra quasi una reggia.
La camera da letto è la stanza che preferisco. Quattro letti attaccati, tutti con
lenzuola diverse e colorate, sui toni del rosa.

Siamo proprio donne, non c'è niente da fare.
La seconda zona della casa che preferisco è il terrazzo. In realtà non si tratta
propriamente di un terrazzo, ma di un tetto.
Dobbiamo regolarmente uscire dalla finestra, facendo acrobazie di ogni tipo.
Io e Pao ce la caviamo discretamente. Ester è un ninja, incredibile. Duanne ha ancora
qualche problema, ma prima o poi l'abitudine vincerà sulla fatica.

Così stasera decidiamo di cenare sul nostro terrazzo. Un vecchio tavolino di legno,
un paio di sedie, insalata con tonno e wurstel, sei birre.

Da qui non si vedono le stelle, naturalmente. Si vede però una rassicurante mezza luna,
che illumina il nostro salottino all'aperto.

Non è facile farsi dei nemici dopo soli due giorni passati in un nuovo posto.
Noi ci siamo riuscite.

Stiamo cenando, tranquille. Ridiamo, un sacco.
Sotto di noi vivono dei francesi, a volte sembrano due, altre volte sembrano una dozzina.
Hanno letteralmente costruito un muretto di bottiglie di vodka di pessima qualità sul
loro balconcino. Si sono persino comprati l'erba finta, sintetica, i 'fuckin fuckers'.

Prima impressione: 'sembrano tipi tranquilli', mi han detto.
Mangiamo.

Una di loro, una 'donna', se così vogliamo definirla, si fa vedere.
Comincia a sbracciare come una pazza schizzata urlando 'hey guys! Do you wanna come here?
We can drink together! If you want!'
Fantastico, pensiamo. Ci siamo fatte degli amici.
Noi ringraziamo in modo educato, senza sbracciare, e soprattutto evitando di
sembrare disperatamente ubriache.

'Thanks!'
'Oh, fuck you!'.

FUCK YOU. Ce l'hanno detto per davvero. Un bel 'vaffanculo', sentito e voluto.
Alla grande. Forse la principessa francese si è resa conto che siamo donne,
non le serviamo a nulla.

Mi aspettavo un pizzico di solidarietà in più, ma non mi stupisco più di nulla, ormai.

Dopo un paio di birre a testa e una serie di risate senza fine guardando Duanne che
tenta disperatamente di non ammazzarsi rientrando in casa, eccoci qui.

Ester ed io. Da sole. Sdraiate sul letto, io sul mio, lei sul suo.
Io con il mio computer, lei con il suo.

'Hey ya', la cover commovente che ci piace un sacco. Le candele accese sul davanzale.
Il venticello fresco che entra dalla finestra.
Le voci delle nostre due compagne di viaggio che provengono dalla cucina.
Siamo calme.
Silenziose.
Scriviamo.
La mente è piacevolmente offuscata, mentre l'uomo della canzone parla d'amore e di
sentimenti.
Scriviamo ancora.
Sempre in silenzio.
Un pò mi commuovo.

Mai avrei pensato che sarei finita qui, in un buco di casa, in una zona di Londra
tanto affascinante, con una persona come lei.

Così diverse. Spaventosamente lontane.

Eppure no. Nemmeno così lontane.
Certamente...sempre più vicine.

A lot, we think - J.

Scendo dalle scale strette. Siamo al secondo piano. Appena metti piede fuori di casa,
una puzza di marcio e di fogna invade le tue narici.
Bello, buongiorno Londra.
Ma ormai la cosa non ci tocca, siamo delle combattenti.
Ho sempre sognato di uscire da un portoncino colorato di Notting Hill con un
vestitino a fiori.
Invece esco da un portoncino minuscolo in sughero marroncino con addosso
skinny e scarpe da ginnastica. Davanti a me una saracinesca con una scritta:
'Chanhell'. Amo questo posto. Nuvole sopra di noi, nuovi compagni di viaggio.
Una tipa che mi chiede l'accendino e mi dice 'cheers'. In qualche modo tutto questo
mi mette a mio agio. Odore di beigel ripieni di carne e salmone a parte, questo
posto sembra magico. Si trasforma dal giorno alla notte. Di giorno tranquillo e
colorato, con un assordante rumore di marmocchi che giocano all'oratorio della via.
Di notte un continuo viavai di gente che beve birra da 99 centesimi. Puoi vivertela
come vuoi. Great.

mercoledì 21 luglio 2010

L'inizio è sempre casuale - J.

Con quattro giorni di ritardo, finalmente apriamo questo blog.
Il racconto in apertura, per quanto riguarda noi (le protagoniste) è apocalittico.
Prima di tutto è necessaria una premessa. Il titolo del blog è ‘Gloucester Road’. Lo correggiamo in ‘Gloucester Road, tipo.’ Più avanti capirete perché.
Siamo in quattro. Un giapponese con un nome italiano, una Ester con la parlantina a caso, una Duanne con due valigie da settanta kili, e una Giuggi con i capelli incasinati.
Milano Malpensa. Ci arriviamo per un pelo, prendiamo il nostro volo. Ritardo. Classico, pensiamo.
Arriviamo a Londra. Alleluja. ‘Grandi cose’, pensiamo. Fa fresco. Paura.
Si sta davvero bene. Ci aspetta la parte problematica della vacanza, arrivare all’agenzia di Chance Street e ritirare le chiavi del nostro appartamento in Gloucester Road.
Ci hanno detto che è vicino alla stazione di Liverpool Street, cinque minuti a piedi. Ci Crediamo. Un sacco.
Usciamo dalla Tube ed incontriamo Pao, la nomade della vacanza. Questa povera donna vaga in cerca di un posto decente dove restare per le prossime due settimane. Arriviamo noi, pronte a salvarla, così pensiamo.
Ma l’agenzia di Chance Street non è dietro l’angolo, o forse sì, ma i nostri bagagli rallentano il nostro passo, un sacco.
Finalmente eccoci qui. Chance Street. ‘Dobbiamo cercare il numero 40’. Avanti e indietro per questa via sperduta nelle vicinanze di Bricklane. ‘Non c’è.’ Cazzo. Non c’è il numero 40. Poi sì, ci accorgiamo che invece il numero 40 c’è, scritto a pennarello su una cassetta della posta. A caso anche questo.
‘Finalmente’. Foto di Ester, immortaliamo il momento. Lei con le braccia alzate al cielo in segno di riconoscenza per aver trovato finalmente l’agenzia. Siamo al 70 % del primo livello.
Ma il nostro nemico non è un funghetto, un ninja, o qualcosa di simile.
Il nostro nemico è un indie rocker wannabe che lavora in un loculo di tre metri quadri.
Questa è l’agenzia. ‘Ma va, abbiamo sbagliato, sopra c’è scritto Car Rental.’
Entriamo. Coperte, cuscini e biancheria da letto in fondo alla ‘stanza’, tutta roba sporca, lurida. Tralasciamo.
Sulla sinistra un inquietante alieno gigante vestito da turista. Occhiali da sole e birretta in mano. Questa è la vacanza dell’a caso. Due scrivanie. Il nostro nemico è seduto dietro ad una di queste scrivanie. E’ italiano, romano, per la precisione.

‘Siamo qui per la casa in Gloucester Road.’
‘Ah si si. Beh la casa di Gloucester Road? Ma noi abbiamo da darvi la casa a Bricklane.’
What. What. Whaaaat?
Calma.
Eh si, non esiste. Mai esistita. ‘Mazzi di problemi’ direbbe Ester. Dunque la nostra casa da 433 sterline a testa che abbiamo prenotato un mese fa, non esiste. Ah beh, bene. Fantastico.
Tralasciamo le due ore di attesa per poter visionare il suddetto appartamento.
Un passo in avanti, vediamo la casa per decidere se viverci per due settimane.
‘C’è una buona notizia, ragazze. Costa 80 sterline a settimana.’
Fantastico. A posto. E’ nostra. Siamo a Bricklane, e non costa un cazzo.
Entriamo.
Il cielo si ricopre di nuvoloni neri, la tempesta si abbatte furiosa e senza pietà davanti a noi, una catastrofe senza precedenti. L’inizio dell’Apocalisse.
Non è una casa. I muri sono ricoperti di scritte, disegni, il nostro nemico indie rocker wannabe ci vende questi disegni come capolavori, opere d’arte. Dalì. Poi niente, facciamola breve. Materassi marci, muri lerci, pavimenti scandalosi, muffa ovunque, uno schifo unico. Troviamo delle forbicine da unghie sul materasso. Cotton Fioc (si scriverà così?) con colore tendente al marrone per terra. Cose a caso.
Ma il punto non è questo. Il punto, signori, è il bagno. IL bagno. Il BAGNO. Non scrivo niente a riguardo.
Abbiamo le foto. BELLE. No ma, PULITO.
Facciamola breve, la storia infinita.
Ridiamo, insultiamo l’indie rocker wannabe, ci incazziamo come delle iene, ridiamo di nuovo, diventiamo isteriche.
Alla fine, non abbiamo una casa. Noi, in quel posto, dove i vicini pretendevano di poterci chiamare ‘miss Porta Aperta’ non ci volevamo stare.
Arriva il nostro salvatore, Giulio. La sua preparazione in quanto a sopravvivenza è dovuta alla sua esasperata devozione per Bear Grills, l’uomo che ha dormito nella carcassa di un cammello.
Ci trova l’unico albergo con 4 letti disponibili per tre giorni. Ci diamo quei tre giorni per risolvere il nostro problema. L’albergo, scopriamo una volta arrivati, è un cinque stelle extra lusso devastante. Due camere con letto enorme, colazione fantastica al mattino.
1500 sterline buttate nel cesso.
Stanche morte, senza speranza. Arrabbiate, senza casa.
Passano sabato, domenica e lunedì.
Li passiamo al telefono con l’agenzia, con il referente dell’agenzia, con madri, padri, fidanzati, nonni, bisnonni e gente a caso, cercando un qualunque contatto in grado di trovarci uno straccio di casa, un minimo decente.
Niente. Il nulla.
Lunedì sera è la nostra ultima sera in albergo pagata. C’è poco da fare. Due possibilità: andare a vivere in quella ‘cosa’, pretendendo dall’agenzia una pulizia impeccabile prima del nostro arrivo, oppure…tornare a casa.
TORNARE A CASA.
Tornare a casa a quel punto? In tre giorni abbiamo visto Victoria Station, Burger King, Kfc, un pub con musica dal vivo per tirarci su dalla depressione, e Piccadilly.
A casa non si torna, non adesso.
Conclusione?
Sì, lo concludo sul serio questo post da logorroica post-incazzatura.
Abbiamo una casa. L’abbiamo pulita noi. Loro l’hanno imbiancata. Con le nostre lenzuola, i nostri cuscini, un paio di succhi e birre in frigo, e noi quattro sul balcone a bere…va bene.
Chi se ne frega.
Da domani, se Dio vuole, comincia la nostra vacanza.
In tutto ciò, sto scrivendo al buio. Perché in camera nostra, dove dormiamo in quattro, non c’è la lampadina. Parliamone.
Che post noioso, che apertura noiosa, magari non siete arrivati nemmeno fino alla fine.
Amen, a noi non interessa. Al momento dobbiamo risolvere il problema della lampadina.

Ciao belli,
Ju.


(chiedo scusa per eventuali errori, ma con Ester Bianchi l'italiano diventa decisamente relativo.)